Il nuovo volto dell’oppressione: cravatta, decreti e indifferenza

Una volta l’oppressione aveva uniformi, manganelli e dittature. Oggi ha giacca, cravatta, un microfono in mano e decreti in tasca.

Si fa chiamare “meritocrazia”, ma punisce chi non può competere. Si nasconde dietro parole come “efficienza” e “riforme”, ma distrugge ogni rete di protezione sociale. Taglia i fondi alla disabilità, ignora i senzatetto, umilia i poveri, cancella il futuro dei giovani.

La nuova tirannia è fatta di freddi numeri, algoritmi, conferenze stampa sorridenti. Ti dicono che “non ci sono i soldi”, ma intanto finanziano opere inutili, missioni militari, propaganda di regime e stipendi stellari per i soliti noti.

Chi si ammala viene lasciato solo. Chi perde il lavoro viene accusato di “non voler fare niente”. Chi chiede aiuto viene trattato come un parassita.

È una violenza più subdola, ma non meno feroce. Una violenza che non si vede nel sangue, ma nelle lacrime nascoste, nelle medicine negate, negli sfratti eseguiti, nella solitudine delle famiglie spezzate.

Tutto questo avviene in silenzio. Perché fa comodo. Perché chi parla, disturba. Ma disturbare è un dovere. Restare in silenzio, oggi, è scegliere da che parte stare. E chi sta con i carnefici, anche se in giacca e cravatta, resta complice.



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